Presentazione
Agri - Cultura
di Riccardo Bocci, Giovanna Ricoveri

«"È davvero necessario, signori, che io vi dimostri l'utilità dell'agricoltura? Chi dunque provvede ai nostri bisogni, chi dunque ci fornisce gli alimenti se non l'agricoltore? Come ci vestiremmo noi, come ci nutriremmo senza l'agricoltore?". Il consigliere Lieuvain tuonava queste parole sulla piazza di Yonville, fra l'attenzione di tutti, fatta eccezione per Emma Bovary e il suo amante Rodolfo che erano di ben altre cose pensierosi».
(da Madame Bovary di Gustave Flaubert).

La domanda del consigliere Lieuvain - premessa da cui partono gli articoli del presente Quaderno dedicato all'agricoltura - è ancora attuale perché, a circa 150 anni dai tempi di Madame Bovary, la nostra società si è scordata dell'utilità dell'agricoltura così come i cittadini stanno dimenticando che sono i contadini che producono cibo. In quest'ottica, il primo obiettivo che ci siamo posti con questo volume è decostruire i luoghi comuni o le convinzioni fallaci che circolano in materia di cibo e di agricoltura e che sono entrati a far parte del senso comune. Il secondo obiettivo è ragionare intorno alla domanda "quale modello agricolo è il più idoneo a sfamare il mondo" o, meglio, a risolvere il problema della fame del mondo senza farci morire né di indigestione né per la cattiva qualità del cibo. Il terzo obiettivo è far emergere che l'agricoltura alternativa a quella industriale esiste, anche se meno visibile, ed è articolata in una molteplicità di forme che utilizzano pratiche agricole rispettose dei cicli naturali e dell'ambiente, producono alimenti più sani e valorizzano il lavoro dei produttori.
Il primo luogo comune da decostruire è la convinzione che la proprietà privata della terra possa essere trattata al pari della proprietà privata in generale, senza rendersi conto che la terra non è un oggetto inanimato qualsiasi ma la madre che tutti ci ospita e ci nutre. La terra non è un fattore della produzione né un asset patrimoniale, ma un bene comune essenziale alla sopravvivenza al pari dell'acqua e dell'aria. L'agricoltura - qualsiasi agricoltura - modifica i cicli naturali, ma sarebbe saggio evitare di stravolgerli, pena la nostra sopravvivenza.
Un secondo luogo comune è che l'agricoltura dovrebbe impiegare poche braccia o, meglio, il meno possibile; l'ideale, ci insegnavano un tempo a scuola, è il modello nordamericano, dove la forza lavoro agricola si è da tempo ridotta al 2% del totale della forza lavoro. Stiamo scoprendo, però, che eliminare il lavoro nei campi in favore di un'agricoltura industriale ad alta intensità di capitale e alto uso di concimi chimici e di pesticidi non è un'operazione indolore. Sta avendo e avrà dei costi elevatissimi in termini ecologici, umani ed economici: perdita di fertilità dei suoli, esaurimento delle riserve idriche, inquinamento delle acque, aumento della desertificazione, alterazione delle catene trofiche, cambiamento climatico, perdita di biodiversità e dissesto del territorio.
Un terzo luogo comune è che l'agricoltura familiare dei piccoli produttori non può essere generalizzata perché in nessun caso potrebbe sopperire alle esigenze alimentari di una popolazione di 6,5 miliardi di persone. La realtà dimostra esattamente il contrario: il 75%-80% della popolazione mondiale sopravvive proprio grazie alla produzione di sussistenza dei piccoli produttori. Ma questo - controbatte il sapere convenzionale - è vero solo nel Sud del mondo, non ancora raggiunto dallo "sviluppo". L'errore di quest'affermazione consiste nell'applicare la solita ricetta a contesti differenti, nel non valorizzare le risorse locali, nel considerare scienza e, quindi, progresso solo una visione del mondo - quella occidentale - dimenticando che ne esistono altre. È ormai chiaro, inoltre, che la fame nel mondo non dipende tanto da un'insufficiente produzione agricola quanto dal modo in cui essa è organizzata, innanzitutto dal mancato accesso alla terra da parte dei piccoli produttori.
Un quarto luogo comune è quello secondo cui i contadini o piccoli produttori sono un retaggio del passato, un elemento di arretratezza tecnologica e culturale destinato a scomparire con il progresso e quindi con l'affermarsi della produzione su vasta scala e della monocoltura, magari geneticamente modificata. Tale convinzione appare non solo infondata di fronte alla realtà, visto che i contadini o piccoli produttori continuano a esistere in tutti i paesi, incluso quelli del Nord, ma anche culturalmente datata. Una nuova concezione della modernità comincia a emergere nelle campagne, frutto dell'innovazione che rinasce dal basso in un lavoro continuo di confronto tra ricercatori (scienza ufficiale) e contadini (saperi tradizionali), che supera le logiche del classico trasferimento tecnologico. Soprattutto la visione dello sviluppo agricolo oggi dominante non tiene conto delle conseguenze drammatiche che provoca: perdita della ruralità e del paesaggio rurale; crescita delle megalopoli e delle sue periferie, ingrossate dagli agricoltori succubi del processo di modernizzazione delle campagne.
Il quinto luogo comune – l'ultimo che vogliamo riprendere in questa sede - è la teoria dei cicli dello sviluppo formulata negli anni 1950 da un economista americano, Walt Rostow. Secondo questa teoria, che oggi è diventata senso comune, l'agricoltura sarebbe appannaggio dei paesi in via di sviluppo, che l'abbandonerebbero via via che "si sviluppano" per dedicarsi prima al settore manifatturiero e poi a quello dei servizi. L'evidenza smentisce la teoria, come dimostra il fatto che Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa - e cioè i paesi più sviluppati della terra - sono i maggiori produttori ed esportatori mondiali di prodotti agricoli. La teoria è falsa, ma suona bene. E continua a fare danni.
Per rispondere alla domanda "quale modello agricolo sfamerà il mondo nel futuro", occorre partire dalle contraddizioni insite nel modello agricolo industriale dominante. I prodotti che arrivano sulle tavole di noi cittadini dei paesi industrializzati passano attraverso intermediari, trasformatori e catene distributive e percorrono migliaia di chilometri, con un dispendio energetico enorme. Portare un chilo di lattuga dalla California a Londra ha un costo energetico 100 volte superiore a quello del prodotto trasportato. Gli allevamenti di bestiame (dalle mucche ai polli) sono sempre più separati dalla terra e dalla sua capacità di carico. La loro alimentazione è garantita da poche colture coltivate a migliaia di chilometri di distanza, sostanzialmente soia e mais. Sostenere la centralità della carne nella nostra alimentazione implica deforestare intere aree dell'Amazzonia ed espellere i piccoli produttori dalle loro aziende, per destinare la terra alla monocoltura della soia (geneticamente modificata o biologica, il senso del problema non cambia). Come giustificare oltre questo assurdo meccanismo energivoro, idrovoro, a bassa intensità di manodopera e alta intensità di capitale e di tecnologia, sempre più sconnesso dai sistemi locali e spesso insicuro sul piano sanitario? L'influenza aviaria, i polli alla diossina e la mucca pazza non sono disfunzioni del sistema; sono l'altra faccia del sistema.
Certo, i supermercati stracolmi di prodotti e la presenza di tutti gli ortaggi e di tutti i tipi di frutta prodotti in qualsiasi stagione dell'anno e in qualsiasi angolo della terra, trasmettono un senso di benessere e di sicurezza, fanno credere a molti di vivere in una valle dell'Eden, o meglio "degli orti", dove tutto è possibile. La Coop, l'Esselunga, il Mulino Bianco, la Barilla sono i nostri punti di riferimento, ma l'invito che facciamo con questo Quaderno è scoprire qualcosa cui forse è ormai difficile persino credere: che i contadini esistono ancora; che nel mondo poco meno della metà della forza lavoro si dedica ancora all'agricoltura, anche se priva di riconoscimento sociale ed economico. È nostra opinione che decidere del loro futuro è tutto fuorché un problema marginale, e che le politiche agricole nazionali e internazionali dovrebbero tenerne conto.
L'abbondanza che vediamo è portatrice di un ulteriore paradosso: a livello mondiale il numero degli obesi ha superato quello dei malnutriti e non perché questi ultimi diminuiscano, ma perché l'obesità avanza velocemente anche in Europa e soprattutto tra i giovanissimi. L'effetto più evidente del nostro modello agricolo si può vedere sui fianchi dei consumatori accumulato giorno per giorno: quando l'imperativo è produrre e consumare sempre di più, i nostri stomaci sono un limite fisico che va esteso il più possibile. Per il bene del mercato.
L'agricoltura che vorremmo è quella che rispetta i cicli della natura e svolge il ruolo di vera e propria "fabbrica della natura"; quella dove i produttori agricoli hanno accesso alla terra e sono socialmente riconosciuti per il ruolo insostituibile che svolgono sia come produttori degli alimenti che ci nutrono sia come custodi del territorio in cui viviamo e creatori del paesaggio che definisce la nostra identità. Un'agricoltura finalmente "ricollegata" al suo sistema locale, dove le policolture prendono il posto delle monocolture, le rotazioni sostituiscono i concimi chimici e le tecnologie vengono scelte per ridurre la fatica dell'uomo, non per cancellare la manodopera. Ed è ovvio che un processo come questo ha come scopo tra gli altri di aumentare le rese e rendere più produttive le colture, ma con un basso uso di input esterni e un alto ricorso ai saperi locali.
Le condizioni ecologiche, le preferenze dei consumatori, le specifiche vocazioni degli agricoltori, le nuove relazioni tra produttori e consumatori, in sintesi la località, tornano ad essere rilevanti, se non immediatamente strategiche. La sostenibilità in agricoltura richiederà ancora l'art de la localité: l'arte di fare agricoltura dovrà essere reinventata e rivalutata.
Come scrive Wendell Berry, criticare il modello agroindustriale non vuol dire auspicare un romantico ritorno alla terra, né pretendere, in maniera anacronistica, di diventare tutti contadini. Si tratta di essere coscienti che ognuno di noi ha delle responsabilità nei confronti dell'agricoltura e di ricostruire un'economia locale dove produttori e consumatori sono "vicini" e la natura è lo standard su cui basare lavoro e produzione. La terra è una risorsa limitata ed essenziale alla sopravvivenza, che meriterebbe di essere trattata con più rispetto e cura.
Siamo consapevoli tuttavia che l'agricoltura che auspichiamo non si può realizzare solo dentro il settore agricolo e ha bisogno invece di un cambiamento generale del modello capitalistico di produzione e di consumo, e cioè del sistema che ha plasmato l'agricoltura per il profitto delle multinazionali. Ma ha bisogno anche di un cambiamento culturale profondo, che rimetta al centro della nostra vita il benessere delle persone ed è per questo che abbiamo intitolato il Quaderno "Agri-Cultura", per dire che la marginalizzazione del mondo agricolo è ormai passata nelle coscienze e che per superarla bisogna realizzare una rivoluzione culturale. Ci auguriamo che il Quaderno rappresenti un contributo in questa direzione.

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