Presentazione |
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Il Dio dell'Europa di Philip Jenkins La traduzione di questo bel libro di Philip Jenkins è più che benvenuta e opportuna. Jenkins, professore di storia e di "religious studies" alla Pennsylvania State University, è tra gli analisti delle religioni contemporanee che più hanno influenzato il dibattito recente, all'interno ma anche al di fuori dei circoli specialistici degli studiosi di religione, acquisendo una meritatissima fama. La sua stessa materia di insegnamento, "religious studies" appunto, una disciplina con forte accento comparatistico e interdisciplinare, è quasi inesistente e poco frequentata in Italia, e proprio per questo apre a stimoli assai interessanti per il lettore italiano. Molto noto nel mondo anglosassone e negli Stati Uniti, dove insegna, lo è molto meno in Italia, anche se due suoi libri importanti sono stati pubblicati ma poco letti e poco recepiti. Il primo, quello che gli ha dato risonanza mondiale come studioso delle religioni, è stato The Next Christendom. The Rise of Global Christianity, uscito per la Oxford University Press nel 2002 e tradotto in Italia da Fazi con lo strano titolo La terza Chiesa nel 2004. Il secondo è The New Faces of Christianity. Believing the Bible in the Global South, pubblicato dalla stessa casa editrice nel 2006, e tradotto da Vita e Pensiero nel 2008 con il titolo I nuovi volti del cristianesimo. Entrambi questi libri analizzavano lo spostamento del baricentro del cristianesimo verso il Sud del mondo, la sua progressiva de-occidentalizzazione, e le sue nuove forme. Il libro che qui presentiamo, God's Continent – questo il titolo originale del lavoro – si focalizza invece proprio sull'Occidente, analizzando la specificità europea, con attenzione non solo al cristianesimo, ma anche all'islam, cui molto spazio èè dedicato, e alle altre religioni: al nuovo che avanza e al vecchio che cambia nel paesaggio religioso d'Europa. Ne emerge un affresco straordinario, e un'ottima summa riassuntiva delle tendenze in corso, a proposito di religione, nel Vecchio Continente. Il libro è provocatorio fin dal titolo. Dopo le tante, troppe riflessioni che per quarant'anni hanno dominato il dibattito sulla presenza delle religioni nello spazio pubblico – afflitte da un'interpretazione semplicistica, assertiva, e non di rado ideologica, delle teorie della secolarizzazione, che nella loro vulgata giornalistica semplicemente decretavano la scomparsa delle religioni, o almeno di quelle storiche e tradizionalmente presenti, dalla vita pubblica e da quella individuale – Jenkins pone l'accento, con ricchi riferimenti anche statistici, su dati che mostrano tendenze assai più contraddittorie e ambivalenti. Ma più che parlare di calo o di crescita, di un più o un meno di religione – una discussione che appassiona i giornalisti e preoccupa gli alti rappresentanti delle religioni, ma dice poco sulle tendenze in atto – Jenkins ragiona e ci fa ragionare soprattutto sulle trasformazioni che stanno attraversando le religioni in Europa, anche a seguito delle migrazioni e del sempre maggiore pluralismo che caratterizza il continente europeo. Laddove altri leggono crisi, Jenkins vede invece cambiamento, dinamismo, modificazioni anche profonde: non meno importanti, ma che hanno un accento molto meno inesorabilmente pessimistico di molte geremiadi sul declino del cristianesimo in Occidente, spesso di parte laica, conservatrici e nostalgiche, quando non francamente reazionarie, o malinconicamente rievocatrici di un buon tempo andato che in realtà non è mai esistito, o almeno non come viene descritto. Anche se, molto opportunamente, sottolinea che buona salute della religione in Europa non significa – non significa più – necessariamente buona salute delle religioni cristiane maggioritarie nei vari paesi. Una interessante pluralità le pervade e le cambia. Le teorie della secolarizzazione e della scomparsa, se non della morte di Dio (della sua morte sociale almeno, come istituzione per la società; ché la sua morte personale, reale o presunta che sia, non rientra tra le competenze dello studio delle religioni), nell'Europa della postmodernità hanno una lunga storia: a cominciare almeno da L'eclissi del sacro nella società industriale di Sabino Acquaviva, del 1961, allora tradotto in oltre una ventina di lingue, che l'autore tentò invano in seguito, di fronte alle smentite della storia, di far passare per una eclissi in senso tecnico, ovvero una non visibilità passeggera, passando per i libri più devastanti sulla secolarizzazione, come quelli degli anni Sessanta e Settanta di Bryan Wilson, molti hanno teorizzato la progressiva scomparsa della religione dallo spazio pubblico. Esattamente trent'anni dopo, nel 1991, usciva invece, riscuotendo un successo di grande pubblico anche maggiore, La revanche de Dieu, di Gilles Kepel: tre decenni che sembrano decenni-luce, sul piano interpretativo, e che descrivono meno le trasformazioni della realtà che quelle delle sue letture. Nel frattempo soprattutto Peter Berger e Grace Davie hanno insistito su una lettura del paesaggio religioso europeo in termini di "European exception", di eccezione europea: l'eccezione laica e fortemente secolarizzata, dunque in controtendenza, rispetto a un mondo dove invece le religioni hanno un grande spazio nella vita privata e pubblica degli individui – altri paesi occidentali, in primis gli Stati Uniti, inclusi. Oggi, alla fine della prima decade del nuovo secolo, gli uni e gli altri – i teorici del declino a tappe forzate delle religioni e della loro scomparsa, come anche quelli della rivincita quasi vendicativa, o della visibilità improvvisa – convincono ugualmente poco, anche se la seconda lettura ci sembra più vicina: né l'eclissi della religione né la sua rivincita sono in corso, o forse lo sono entrambe, in ambienti e con modalità diverse, ma in più vi è una robusta iniezione di religiosità, non prevista sostanzialmente da alcuno in queste modalità e in questa forma (e, aggiungeremmo, in questa quantità), che è data sia dal nuovo pluralismo interno all'Europa sia, in forma più visibile, anche statisticamente, dalle nuove immigrazioni e dalle vecchie/nuove comunità religiose oggi presenti sul suolo europeo (nuove per noi europei, ma vecchie storicamente, magari anche più del cristianesimo: dall'hinduismo all'islam, che è appena più giovane di esso ma ugualmente estraneo al comune sentire europeo). Da europeo d'origine, qual è, e da americano di adozione, da parecchi anni e come cittadinanza, qual è diventato, Jenkins sa vedere cose che gli europei stessi fanno fatica a vedere. In questo svolge appieno il ruolo prezioso dello straniero, di chi viene da fuori, di chi vede, con consapevolezza del proprio ruolo, da una posizione diversa: riuscendo a scandagliare il paesaggio religioso europeo con sguardo acuto e onesto, semplice e scevro da pregiudizi, talvolta ingenuo, come quello dei viaggiatori, ma capace proprio per questo di vedere ciò che i raffinati e dotti intellettuali europei, un po' cinici e incapaci di sorprendersi e di inventarsi paralleli a prima vista azzardati, non sanno più vedere o non colgono. Talvolta Dio si nasconde nelle sfumature e nei particolari: il viaggiatore che viene da fuori spesso riesce ad accorgersene più e meglio degli insider, degli osservatori interni. E di questo conviene essergli grati. Jenkins ha anche il pregio di prendere sul serio le paure degli europei, ad esempio a proposito dell'islam: anzi, proprio da lì prende le mosse. E con il taglio di chi – in questo caso fortunatamente – non è uno specialista in materia, le analizza, e le de-costruisce senza negarle, e senza supponenza alcuna. Con tanta attenzione ai fatti, alle evidenze empiriche – come testimonia anche il ricco apparato di note – che altri osservatori limitano invece al confronto tra teorie. E offrendo uno sguardo comparativo attento, che azzarda quando è il caso paralleli storici che lo specialista, focalizzato sul suo oggetto di interesse, spesso non sa individuare o non osa proporre. Lettore vorace e aperto, non settoriale, Jenkins analizza anche ciò che gli studiosi e gli specialisti spesso trascurano, non leggono, o leggono e non citano: articoli di giornale, letteratura secondaria, divulgativa, comunque non scientifica. Tutte quante molto utili per cercare di costruire una panoramica dell'islam in particolare, e delle religioni più in generale, riuscendo a cogliere dall'osservazione dei fenomeni analizzati ciò che gli altri non vedono. In questo senso Jenkins riesce a dire anche delle verità spiacevoli, a proposito ad esempio dei diffusi pre-giudizi contro le religioni altrui, e in particolare contro l'islam, e il timore di un'Europa islamizzata, con chiarezza di esempi, una critica circostanziata, e una invidiabile libertà analitica, scevra tanto da obbedienze e confessionalismi come da cautele politically correct. Inutile cercare invece, in questo libro, l'approfondimento teorico, il confronto tra dottrine e interpretazioni, i richiami alla filosofia o alla fenomenologia delle religioni. Qui è l'osservazione empirica che primeggia, e si trova quindi altro: a dirla in breve, una descrizione onesta di quanto accade. E già questo è molto di più di quanto ci è dato trovare altrove, e merita la lettura. In un dibattito, quello odierno sulle religioni e il loro ruolo nello spazio pubblico, drogato da un eccesso di interpretazioni del tutto privo di verifica, in cui si discetta volentieri di principi generali dimenticandosi di verificare se essi trovano una qualche applicazione tra i credenti (che si tratti di islam e democrazia o di cattolicesimo ed etica, e di infiniti altri, tutti ad un livello di generalizzazione vicino all'empireo ma ahimé completamente disincarnati, dimentichi del suggerimento di Rabelais di stare almeno con un piede ben piantato in terra, e l'altro mai troppo lontano...), non è male un sano e sobrio, ma serio e puntuale, richiamo ai fatti. Globalmente il libro risulta così essere un grande affresco, ma per niente vago ed astratto, dei cambiamenti in corso, di quella realtà che non riusciamo ad osservare, il più delle volte, proprio perché ci siamo in mezzo, così vicini da renderci la vista sfuocata e la visione d'insieme impossibile. Per questo ci piacerebbe che questo testo diventasse una lettura obbligatoria – ma piacevole e scorrevole come la sua scrittura – per gli addetti ai lavori delle religioni: sacerdoti e religiosi, chierici e laici, giornalisti schierati e credenti impegnati, politici clericali e laicisti professionali, atei devoti e militanti di Dio, commentatori da prima pagina e insegnanti di religione. Ma anche per il lettore comune semplicemente interessato a capire come va il mondo, a scoprire le ragioni di ciò che legge tutti i giorni, e con grande evidenza, sui giornali, ma anche solo del suo semplice incontrare sulla propria strada sempre più spesso persone di fede diversa, che non sono tuttavia di passaggio: che sono le nuove religioni e i nuovi credenti d'Europa con cui anche le vecchie religioni e i loro fedeli dovranno sempre più fare i conti. Per capire tutto ciò vale la pena di leggere, per una volta, un libro che non si consuma in fretta, che non brucia rapide opinioni, che durerà negli anni, e che si propone al contempo come una buona introduzione e un pratico quanto necessario manuale di riferimento. All'EMI il merito di averlo proposto: al lettore un caldo invito a una lettura da cui non resterà deluso. Stefano Allievi torna alla scheda |